Pillole di SpiritualiTà
Comprendi per credere, e credi per comprendere. Comprendi la mia parola, affinché tu possa credere; credi alla parola di Dio per poterla comprendere. (Sant'Agostino)
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Non ci facciamo da soli
di Donatella Isca
Noi non ci facciamo da soli. Basta guardare il nostro corpo per capirlo: l’ombelico che portiamo addosso è il segno visibile di una verità originaria. È la traccia di una relazione che ci precede, il ricordo inciso nella carne che la vita non nasce dall’autosufficienza, ma dall’accoglienza. Ognuno di noi è venuto al mondo perché qualcuno — nostra madre — ha scelto di farci spazio, di custodire una relazione che prende forma fin dal concepimento.
La vita umana nasce e cresce dentro relazioni. Fin dai primi istanti, quando le cellule della madre e dell’embrione iniziano a comunicare, si attiva una dinamica relazionale che non verrà mai meno. Questa rete di legami non è un dettaglio accessorio, ma la struttura portante dell’esistenza. Non ci auto‑identifichiamo e non ci autodeterminiamo in modo assoluto, perché non siamo mai individui isolati: siamo sempre “con” qualcuno.
Durante l’età della forza e dell’efficienza possiamo illuderci di essere autonomi, padroni di noi stessi. Ma è un’illusione passeggera. La dimensione funzionale — quella che misura il valore in termini di capacità, produttività e controllo — non esaurisce ciò che siamo. L’essere umano non è mai solo funzione: è relazione, appartenenza, responsabilità reciproca.
Questa verità emerge con particolare chiarezza nei momenti liminali dell’esistenza: all’inizio e alla fine della vita. Proprio quando la dipendenza è massima, si rivela ciò che siamo davvero. Nessuno viene al mondo da solo e nessuno dovrebbe essere pensato come solo nel momento conclusivo della propria esistenza. È qui che diventa urgente recuperare una visione pienamente umana dell’uomo, che non lo riduca a individuo autosufficiente, ma lo riconosca come parte di una storia condivisa.
Dire che la libertà non è assoluta non significa negarla, ma riconoscerne la natura. La libertà nasce dentro le relazioni che ci costituiscono e non può essere pensata come un potere isolato. Ogni scelta è situata dentro un contesto di legami, responsabilità e conseguenze. Immaginare una libertà sciolta da tutto questo significa immaginare un uomo astratto, che non esiste.
Questa realtà può essere descritta come interdipendenza: una trama invisibile che lega gli esseri umani gli uni agli altri. Nessuno è autosufficiente. Cresciamo, maturiamo e costruiamo la nostra identità attraverso scambi continui di cura, sostegno e fiducia. Il benessere del singolo è intrecciato a quello degli altri, e nessuna decisione che tocca la vita può essere considerata puramente privata.
È a partire da questa consapevolezza che va affrontato il tema, oggi molto discusso, del fine vita. Presentarlo come una scelta esclusivamente individuale è fuorviante: nel momento in cui si chiede una norma giuridica, si coinvolgono lo Stato, il sistema sanitario, i professionisti, le famiglie. La collettività viene chiamata a condividere una responsabilità che non può essere ignorata. Una società che riconosce il valore della cura e si fonda sull’interdipendenza non può diventare garante della soppressione della vita, ma è chiamata a proteggerla sempre.
Difendere la vita dal concepimento alla morte naturale non è quindi soltanto una scelta etica: è un atto di fedeltà alla realtà dell’uomo. Significa riconoscere che nessuno vive per sé stesso e che ogni decisione sulla vita riguarda il bene comune. All’inizio come alla fine dell’esistenza, ciò che è in gioco non è solo una scelta individuale, ma il modo in cui una società comprende l’uomo e il suo valore reale.
Custodire ogni vita significa custodire la coerenza tra ciò che diciamo di essere e il modo in cui scegliamo di vivere insieme. È in questa coerenza, silenziosa ma decisiva, che si misura la maturità umana e morale di una comunità.
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