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Vedere Dio nell’umiltà e nella fragilità

Il mondo della scuola

di Michela Dei

Insegno ai bambini da molti anni, lavoro con loro fin da quando ero poco più di un’adolescente. Da giovanissima, ho avuto la gioia di fare le prime supplenze mentre mi dedicavo agli studi universitari. Ricordo che mi emozionai tantissimo alla prima telefonata della direzione didattica che mi invitava per una supplenza di alcuni giorni, per me inaspettata. Col cuore che mi batteva a mille, mi dissi incredula: “La scuola ha già bisogno di me per una sostituzione? Cosa posso insegnare ai bambini? Sarò in grado di farmi ascoltare? Ho solo nozioni teoriche…”.

Trepidante mi feci forza ed entrai in quell’atrio immenso che odorava di gomme e di colori, di merende, di matite appena temperate, ma che era anche realtà scolastica di maestre anziane che mi guardavano serie, mi scrutavano dall’alto in basso come se fossi un extraterrestre, per la mia giovane età… Mi sentivo ancora un’alunna e soggetta alle loro valutazioni. Un po’ spaventata ed emozionata, avvertivo però dentro una grande forza, quella che mi ha spinto a mettere tanto impegno e amore in quello che poi sarebbe stato il mio lavoro con gli esseri più umili e fragili, ma i più meravigliosi del mondo!

Li ho istruiti in tante cose, ma ne ho imparate altrettante, perché loro, i bambini, hanno molto da insegnare a noi adulti: la lealtà, la spontaneità, la purezza di cuore, la loro prevedibilità con cui mi hanno accompagnata fino a qui, alle soglie della pensione, sono stati i loro reali insegnamenti. Quel giorno, mi strinsi nelle spalle, guardai il Cielo e chiesi al Signore di aiutarmi ad affrontare una situazione che al momento sembrava essere più grande di me. I bambini di una prima non sono facili da gestire: mi guardarono, mi scrutarono e poi cominciarono a farmi domande. Quella mattina riuscii a farli parlare tutti, a farmi porgere tutte le loro domande e a farli parlare liberamente della scuola, dei compagni, della maestra. Non avrei potuto realizzare di più con il tempo a disposizione. Li feci disegnare ciò di cui avevano parlato. La cosa sorprendente fu che quel lavoro, che aveva un senso pedagogico e didattico, mi venne così spontaneo che mi meravigliai di me stessa. La mattinata passò in modo tranquillo. Alla fine dell’ora, una alunna timida e riservata che aveva parlato poco e con un filo di voce, si avvicinò silenziosamente e con capo chino verso me e mise sulla cattedra un foglio. La ringraziai e le donai un gran sorriso al quale rispose con la stessa espressione. Aprii quel foglio a quadretti sgualcito e trovai un meraviglioso disegno mal colorato che rappresentava lei con il viso di una enorme margherita e una “colonna blu” tutta capelli, con scritto “Matra, mi pici t voio bene”. Tradotto: “Maestra mi piaci e ti voglio bene”. Aveva già scritto molto per essere una bambina di prima elementare, ma quel messaggio contorto e sgrammaticato arrivò dritto al mio cuore e capii che era arrivata la forza che avevo chiesto. Il mio Signore aveva accolto la mia preghiera che veniva dal più profondo del cuore e mi aveva risposto attraverso quell’essere minutino che mi comunicava affetto, ma soprattutto stima. Ringraziai e abbracciai la bambina (allora si poteva fare!). Mi si inumidirono gli occhi e pensai: “GRAZIE SIGNORE, PER QUESTA RISPOSTA CHE MI HAI DATO!!!”. Avevo fatto ricorso a Dio in un momento di grande emozione e di difficoltà. La risposta era arrivata attraverso quel segno umile e semplice di cui il Signore si era servito per rinnovarmi il cuore. Avevo fatto una lezione didatticamente adeguata con assoluta spontaneità. Mi venne allora in mente una bellissima omelia del parroco della mia città che riguardava la forza nella debolezza: Dio arriva dentro al tuo cuore con la forza di un uragano quando ti senti a terra e debole.

Sono infiniti i momenti in cui mi sono sentita rinnovata nello Spirito, ma voglio circoscrivere la mia esperienza al mondo dei bambini, coloro che mi hanno arricchito tanto da farmi considerare il mondo della scuola non come un lavoro, ma come una missione. Il rapporto con gli alunni disabili ha poi completato il mio amore e ha rafforzato la mia fede in Dio. Sono loro che mi hanno fatto sentire grande e soprattutto forte. In quegli occhi e in quelle disabilità, rivivevo la “forza della debolezza”, sentivo che il lavoro con loro faceva parte di un preciso disegno di Dio.

L’ultimo è stato G., un alunno con un ritardo cognitivo: difficoltà a deglutire, a parlare, emetteva sequenze di suoni simili a parole, camminava in modo incerto e sembrava stesse continuamente per cadere. Io per lui ero MILELA. Non sapeva dire correttamente il mio nome, ma quando mi chiamava e mi veniva incontro con quegli occhi di cerbiatto e quel sorriso, mi sentivo la persona più felice del mondo. Ero insegnante di classe, ma trovavo sempre il momento per stare con lui e coinvolgerlo in una canzone o in un gioco. Mi mettevo sul tappetino con lui e giocavamo insieme con il suo materiale. Spesso mi prendeva la mano e voleva che andassi alla finestra per vedere una ruspa o nel corridoio a correre. Lui stava molto volentieri con me e difficilmente si opponeva quando gli dicevo di fare le cose.

Quando ci rapportiamo con chi è diversamente abile la nostra attenzione si focalizza principalmente su quello che manca in termini di funzioni o abilità, per cui ci fermiamo all’aspetto esteriore e non riusciamo ad andare in profondità. Ci risulta difficile perciò scoprire e valorizzare i doni di cui è portatore, spesso inconsapevolmente, e così perdiamo la splendida occasione di diventare più umani offrendo a queste creature la tenerezza con cui le ama Dio. Nel corso degli anni, sono state molte le difficoltà, specie a livello scolastico, dovute proprio al non saper vedere la persona che c’è, dentro un corpo che non sa parlare né camminare.

Talvolta è proprio difficile indovinare il linguaggio giusto o superare la soglia misteriosa di chi pare racchiuso in un sonno permanente, ma l’amore trova sempre una strada!

L’amore sa farsi capire e sa pure che ci sono tanti modi diversi di comprendere, non solo quello dell’intelletto a cui noi siamo abituati, ma la comprensione può anche passare attraverso la via delle immagini, del tatto, dei sensi, del gioco, dell’espressione corporea. Occorre sviluppare una sensibilità che tutti possiamo maturare imparando a vedere con il cuore, e capire i bisogni ed i doni spirituali di ognuno. Ringrazio Dio che mi ha coinvolto in questo bellissimo disegno di vita.

 

 

 

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