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Un'eco lontana

Un meta-racconto

di p. Raffaele Montano icms

Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito". Detto questo, spirò.
Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: "Veramente quest'uomo era giusto"
(Lc 23, 44-47).

Amo il mio lavoro. Amo il mio paese. Ma soprattutto amo la mia famiglia. E oggi mi sento così carico, che dò un grandissimo bacio a mia moglie e un abbraccio fortissimo ai miei figli.

Mi dirigo come ogni mattina al lavoro. E già attraverso il nostro gruppo WhatsApp vengo a conoscenza dai miei superiori che oggi purtroppo non sarà una giornata facile. Di nuovo altri tumulti.

Questo popolo, mi ripete spesso mia moglie con tutta la dolcezza che ha, è uno strano popolo. Sono sempre irrequieti. E ultimamente lo sono a causa di una specie di profeta, l’ennesimo. Quindi, appena arrivo in caserma mi delucidano subito di ciò che sta accadendo.

Nella notte hanno arrestato questo “profeta”, chiamato Gesù, e lo stanno portando da Pilato. Ci mettiamo a scommettere: per alcuni, che non vedono di buon occhio il Prefetto, sarà rilasciato per la sua incompetenza, l’ennesima; per altri, invece, questa volta, per non fare brutta figura, Pilato metterà a morte qualcuno.

Quindi mi preparo. Mi metto la mia divisa. E aspettiamo l’ordine. Io sono il centurione. E con me verranno una decina di uomini, i miei uomini più fidati. Non voglio disordini per oggi e voglio ritornare a casa al più presto, dalla mia famiglia. Passano pochi minuti e arriva l’ordine. Il “profeta” è stato condannato a morte, e noi dobbiamo fargli da scorta.

Sembrava un compito semplice, perché con lui verranno oggi crocifissi altri due malfattori dell’Impero. Una routine per noi. Invece, la folla sembra un’arena di un circo: quest’uomo che non ha neanche la forza di reggersi in piedi, è odiato, deriso, accusato di crimini infami. Sembrano delle belve inferocite contro quest’uomo ormai coperto di sangue.

Io non credo. Non credo a nessuna divinità. Però una domanda mentre guardo quest’uomo me la sono fatta: che razza di religione è quella che condanna un uomo in questo modo?

Lo portiamo su in cima al Golgota, dove le pietre si confondono con le ossa dei precedenti condannati a morte e facciamo il nostro mestiere. Tutti guardano. Anch’io guardo perché è il mio compito quello di supervisionare che tutto vada a buon termine.

E mi accorgo di una donna: bellissima nel suo dolore, bianca perché pura, che vorrebbe avvicinarsi ma non osa. Probabilmente è la madre del profeta insanguinato. Mi avvicino a lei per darle il permesso di accostarsi al suo figlio morente. Lei mi guarda. Nessuno mi ha mai guardato così: sguardo dolce e forte. Per la prima volta nella mia vita mi sono sentito amato in quel modo, per ciò che sono, per ciò che sto facendo.

Intanto quell’uomo crocifisso grida di dolore, e chiama suo Padre: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito. Ho visto tanti uomini morire. Tanti. Ma quest’uomo non è morto come tutti gli altri. Non era una morte quella. Sembrava più un dare la vita. Sembrava amore. La sera ritornai a casa. Non ero più lo stesso.

Ero diverso. Qualcuno mi cambiò, mi trasfigurò, senza che io lo meritassi. Quell’uomo lì in mezzo, sulla croce, mi ha perdonato. Ha fatto tutto quello per me. Presi presso di me i miei bambini che come ogni sera mi chiesero di giocare con loro. Poi, andai da mia moglie: la guardai, la baciai. E le dissi: Veramente quell'uomo era giusto.

“Ed ecco, mentre sembrava loro di avere da quella morte una prova definitiva che confermava che Gesù non era Figlio di Dio, proprio in quel momento,uno straniero, il centurione romano, testimone oculare degli ultimi momenti del Crocifisso, vedendo il terremoto e tutto ciò che succedeva, diventa il primo portavoce della “testimonianza” che Cristo attendeva esclusivamente dal Padre:“Davvero costui era Figlio di Dio” (San Giovanni Paolo II).

 

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