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Fatima: profezia di speranza

“Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra”

di Sr M. Agostina Convertini icms

Sperare è un bisogno primario dell’uomo: sperare nel futuro, credere nella vita, “pensare positivo”.

Nella nostra epoca però, molto spesso, speriamo sì ma in realtà, come le ideologie, le ricchezze, il potere, la vanità, il successo, la bellezza fisica, la salute, etc., che ci illudono di eternità ed onnipotenza, confondono la nostra mente e il nostro cuore e, pian piano, affievoliscono la vita stessa, ci svuotano, tanto che ci sentiamo incapaci di dire, di aiutare, cambiare le cose, incapaci di sorridere, di donarci, incapaci di amare.

È necessario, dunque, sperare, ma soprattutto è importante che la nostra speranza sia riposta in ciò che veramente può aiutare a vivere e a dare senso alla nostra esistenza. Noi, invece, siamo spesso più presi dalla conquista di una felicità terrena ed effimera che dal desiderio di Dio, fine ultimo della nostra esistenza.

Ma: «Che gioverà a un uomo se, dopo aver guadagnato tutto il mondo, perde poi l'anima sua?» (Mt 16,26). Siamo stati creati da Dio con il bisogno e la capacità di andare oltre una speranza esclusivamente umana, che si basa sulla fede nel progresso tecnico-scientifico e sulle nostre capacità, abbiamo dunque bisogno di riappropriarci della speranza nella risurrezione e nella vita eterna, che si fonda sulla risurrezione stessa di Cristo.

In questo senso, il Messaggio di Fatima, come ha affermato Benedetto XVI durante il suo pellegrinaggio a Fatima del 2010, è «come una finestra di speranza che Dio apre quando l’uomo Gli chiude la porta».

Esso, infatti, ci riporta a guardare al Cielo come dimora eterna e pegno della nostra felicità futura e ad appoggiarci non sulle nostre forze ma sull’aiuto della grazia dello Spirito Santo.

La Madonna, apparendo poi ai tre pastorelli il 13 maggio 1917, dirà di venire dal Cielo, e da allora i tre bambini non faranno altro che desiderare quel luogo in cui finalmente avranno la possibilità di incontrare Dio e contemplarlo nella magnificenza del suo Essere, e lo desidereranno sia per se stessi che per ogni altro uomo della terra.

Dunque, per quanto il dramma del peccato venga profeticamente denunciato dal Messaggio di Fatima e confermato dalle visioni dell’inferno, della città in rovina descritta nel racconto del Terzo Segreto e dai numerosi riferimenti ai peccati umani, in esso non manca mai l’invito a sperare, invito per ogni uomo, per ogni “povero peccatore”; anzi, il Messaggio che la Vergine Santissima ci comunica nelle apparizioni ci sprona proprio a combattere la lotta della nostra vita tra l’uomo vecchio e l’uomo nuovo, lasciandoci sostenere dal Signore per vincere su quell’uomo che vive nell’illusione di ottenere felicità solo attraverso le cose terrene e cerca di trasformarle a suo favore per godere di tutto e assoggettare gli altri, affinché prevalga l’uomo che ha compreso che può esser redento solo dall’amore di Dio, poiché Egli è l’unico che non delude e ci ama «sino alla fine» (cfr. Gv 13,1). Chi viene toccato da quest’amore, infatti, capisce per cosa vale la pena lottare: la vita eterna, vita in pienezza e in abbondanza (cfr. Gv 10,10).

Il Messaggio di Fatima, dunque, ci insegna a sperare, secondo quella virtù teologale che ognuno di noi ha ricevuto come dono il giorno del Battesimo, virtù che è fiducia in Dio e sfiducia in noi stessi, che ci consente di riporre in Lui tutte le nostre attese e preoccupazioni, ci fa essere docili e riconoscenti e, nell’esperienza dei nostri limiti, ci conforta e ci fa percepire che l’unica cosa importante è lasciarci guidare da Dio. Questa virtù non è generico ottimismo, legato ad una visione senza meta; anzi, la virtù della speranza è virtù del cammino, un cammino che ci procura la gioia anche nella prova, poiché abbiamo certezza della meta, una meta così grande da giustificare la fatica.

Il Messaggio di Fatima, dunque, ci insegna che c’è qualcosa di più prezioso da afferrare e da conquistare: il Cielo; per questo, dobbiamo desiderare e dedicarci alla salvezza della nostra anima e di quelle dei fratelli.

Dio, infatti, ha compassione per i suoi Figli, ma ogni uomo è invitato a convertirsi, a credere nell’amore misericordioso, a rivolgersi a Lui nella preghiera e compiere la sua volontà. 

«Sono del Cielo» -ha detto la Madonna ai pastorelli il 13 maggio 1917-; con ciò, li invitava a guardare il Cielo, a pensare al Cielo, a desiderare il Cielo. E così, facendo esperienza della bellezza del Cielo e della mostruosità dell’Inferno, essi hanno elevato il loro cuore orientandolo a quella «luce più splendente del sole», che li ha fatti avanzare nella vita cristiana, anche talvolta nella notte della fede (il dubbio sull’autenticità delle apparizioni, le persecuzioni, le sofferenze, etc.), sempre guidati dalla Croce di Cristo verso la Patria eterna. Come san Paolo, anche i piccoli veggenti di Fatima ci ribadiscono: «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio!» (cfr. Col 3,1).

 

 

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